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Dalla poetica della natura all'impegno del sociale - Angelo Barabino, Angelo Morbelli

Autore: Amministratore.
Data prima pubblicazione: Giovedì, 28 Maggio 2015, Ore: 13:00:56
Data ultima modifica: Giovedì, 28 Maggio 2015, Ore: 13:00:56
Descrizione:
Locandina evento
L’Assessorato alla Cultura della Provincia di Alessandria inaugura Sabato 20 marzo 2004 alle 18.00, nella Galleria Carlo Carrà di Palazzo Guasco - Via Guasco 49 Alessandria -la mostra "Dalla poetica della natura all'impegno del sociale - Angelo Barabino, Angelo Morbelli"

La mostra rimarrà in esposizione dal 21 marzo 2004 al 13 giugno 2004 con il seguente orario di apertura al pubblico:

tutti i giorni dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 15.30 alle 19.30
Ingresso libero

il lunedì mattina chiuso

a cura di Raffaele De Grada

in collaborazione con la sezione di Alessandria di ITALIA NOSTRA

Per informazioni: Provincia di Alessandria
Assessorato Cultura
Palazzo Guasco Via dei Guasco 49 - Alessandria
Tel. 0131/304006
Fax 0131/304028
Email: cultura@provincia.alessandria.it

Catalogo Edizioni Gabriele Mazzotta
pagine 120, illustrazioni 50, Euro 20,00

Il prof. Adriano Icardi, Assessore alla Cultura della Provincia di Alessandria, aprirà il 20 marzo 2004, presso la Galleria Carlo Carrà di Palazzo Guasco ad Alessandria, un’esposizione dedicata a due grandi maestri del suo territorio: il casalese Angelo Morbelli ed il tortonese Angelo Barabino. Saranno esposte ventidue opere di Morbelli realizzate dal 1880 al 1919 e ventun opere di Barabino che vanno dal 1907 al 1946.

L’iniziativa, realizzata in collaborazione con la Regione Piemonte e il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria, nasce per completare lo studio del panorama artistico alessandrino compreso tra il 1850 e 1950, già felicemente avviato con le precedenti grandi mostre di Pellizza da Volpedo e Carlo Carrà.
“L’incontro Morbelli e Barabino”, uscendo dall’abituale presentazione di questi due grandi artisti come esclusivamente partecipi del movimento divisionista, di cui essi sono stati massimi esponenti, intende evidenziare il loro percorso partendo dalla poetica della natura per arrivare ad una crescente adesione ai problemi della società italiana a loro contemporanea.
La scelta delle opere e la cura della mostra sono state affidate a Raffaele De Grada, il primo che si è occupato di questi artisti in campo nazionale ed internazionale.
La mostra racconta una parte di storia della pittura nell’angolo glorioso della campagna alessandrina che tanto conta nella storia dell’arte italiana tra Otto e Novecento.
“In quel territorio – scrive Raffaele De Grada nel saggio in catalogo – dove la pianura padana si solleva verso le colline fertili dei migliori vini del mondo (almeno a mio parere), che fu disputato fino al 1860 tra Piemonte e Lombardia, spuntò dopo l’unità d’Italia, come per lievitazione dalla terra stessa, un piccolo gruppo di pittori.
La storiografia delle arti li assorbì in un primo tempo in quel movimento nazionale, anzi europeo, che fu detto il “verismo sociale” per indicare quanto Giuseppe Pellizza da Volpedo (1868-1907), Angelo Morbelli (1852-1919) e Angelo Barabino (1883-1950) siano stati sensibili, ognuno in modo diverso, alla coscienza crescente della realtà del mondo del lavoro nel sorgere della società moderna. Il Quarto Stato di Pellizza (già presentato dalla Provincia di Alessandria in un mostra dedicata a questo ormai leggendario pittore di questa terra) è diventato il simbolo dell’utopia socialista del primo Novecento. I dipinti ispirati al Morbelli dalla triste vecchiaia dei ricoverati nel Pio Albergo Trivulzio, dal 1883 al 1911, rispecchiano invece la grande malinconia dei “vinti” di una società che sostanzialmente non cambia e la delicatezza con cui Barabino tocca i temi sociali nel conforto costante della divina natura, fanno tutti insieme una storia che si distingue nel corso dell’arte italiana, nella sua eccezionale continuità. La corrispondenza fra i tre, ormai quasi tutta pubblicata specialmente negli Archivi del divisionismo, sembra concentrarsi nell’aver accettato, sia pure in tempi diversi, la pratica della tecnica divisionista, considerata un mezzo “moderno” dell’espressione artistica. Il divisionismo è stato per loro un dogma, ma sarebbe un grave errore limitare l’analisi di questi artisti alla continuità formale della loro opera che non si chiude in una tendenza pragmatica così cara a chi si limita all’analisi delle tecniche, senza cogliere la continuità ideale che le trascende”.

Il catalogo pubblicato dalla casa editrice Mazzotta di Milano, oltre a riprodurre tutte le opere in mostra contiene il testo del curatore.
L’allestimento e l’organizzazione generale verranno seguiti da Aurelio Repetto e Fortunato Massucco della galleria “Bottega d’Arte” di Acqui Terme.

. . . Il cuore che ascoltò, più non s’acqueta
in visioni pallide fugaci,
per altre fonti va, per altra meta . . .
O mia Musa dolcissima che taci
Allo stridìo dei facili seguaci,
con altra voce tornerò poeta!
(Guido Gozzano, Colloqui, Pioggia d’agosto)

La mostra d’arte resta indubbiamente il sigillo più prezioso alla documentazione storica e culturale di un movimento, di uno sviluppo, di un’epoca, di un territorio.

Così l’Assessorato alla Cultura della Provincia di Alessandria ha portato avanti in questi anni un fitto programma di eventi espositivi a testimonianza della continua ricerca della valorizzazione della ricca tessitura artistica locale: giovani e meno giovani, noti e meno noti maestri, custodi di una sempre importante istanza culturale al servizio di una musa mai fine a se stessa.

Sopra tutti, nell’ambito delle celebrazioni pittoriche, Pellizza da Volpedo e Carlo Carrà hanno levato il canto più alto nella Galleria di Palazzo Guasco, rispettivamente nell’autunno 2001 e nell’inverno 2002-03; spetta oggi ad Angelo Morbelli e ad Angelo Barabino concludere le note di questa trilogia in cui confluiscono pure le soavità del paesaggio e le testimonianze della civiltà contemporanea dei Nostri.

Dopo la potenza pittorica pellizziana e la poesia metafisica di Carrà, il divisionismo di Morbelli e Barabino, sotto l’egida sottile e profonda di Raffaele De Grada, viene proposto nella stessa Galleria in questa primavera 2004 con lo scopo ancora di rendere omaggio a coloro che dalla nostra provincia hanno portato sul territorio nazionale e internazionale la lezione eterna della pittura sui due fotogrammi della vita: la natura e l’uomo.

Sia Morbelli sia Barabino recuperano la lezione del tardo romanticismo per consacrarne i moduli nell’arte divisionista che diventa operazione di colore e di luce non solo per il paesaggio, ma anche per il ritratto sociale che esplicita nuova sensibilità ed idealità. Se la denuncia più forte e politica, in questo senso, rimane quella del maestro di Volpedo, l’autore della Colma e il tortonese affiliato del Pellizza, rivendicano comunque la storia come memoria del popolo e del lavoro.

Attraverso questa umanità la cultura tutta – e dunque anche l’arte – continua il suo cammino; il suo compito obbedisce filosoficamente all’estetica attraverso il genio e alla morale attraverso la riflessione e l’interiorità. Spesso questa riflessione fortunatamente esce dal soggettivismo e si fa voce più alta per reclamare i diritti più nobili e la creazione di un mondo di giustizia e di pace.

Solo così un itinerario culturale può dirsi completo e richiamare ad una identificazione nella storia.

Adriano Icardi
Assessore Provinciale alla Cultura

Fabrizio Palenzona
Presidente della Provincia

Con la mostra “Morbelli e Barabino. Dalla poetica della natura all’impegno del sociale” ancora una volta la Regione Piemonte sostiene la Provincia di Alessandria nel completamento del progetto di studio del panorama artistico alessandrino tra 1800 e 1900, già intrapreso con le precedenti mostre su Giuseppe Pellizza da Volpedo e Carlo Carrà.

Questa esposizione costituisce la prima occasione per poter apprezzare le opere dei due artisti nello stesso contesto e confrontare i loro percorsi artistici, che partendo dalle comuni radici ed esperienze culturali si sono intrecciate.

Le tematiche affrontate aiutano il fruitore a comprendere il lento, ma costante progredire dell’espressione artistica dei due Maestri, evidenziandone il passaggio dall’interesse per la natura, alle scelte direttamente connesse alla vita del loro tempo con l’indagine sugli argomenti “sociali”.

Sono quindi lieto che questa felice collaborazione rafforzi il già collaudato rapporto tra la Regione Piemonte e la Provincia di Alessandria, confermando la galleria espositiva Carlo Carrà come sede prestigiosa e punto di riferimento culturale di alta qualità e di rilevanza nazionale.

Giampiero Leo
Assessore Regionale alla Cultura

L’impegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria nell’ambito delle celebrazioni culturali di grande rilievo non poteva certo venire meno anche in questo ultimo appuntamento dell’Assessorato alla Cultura della Provincia che vede, dopo gli eventi Pellizza da Volpedo e Carlo Carrà, quello della mostra di Angelo Morbelli e Angelo Barabino.

Si conclude così un ciclo pittorico pensato e voluto per richiamare l’importanza di autori consacrati della storia dell’arte che, tutti appartenenti al nostro territorio, ne costituiscono motivo di legittimo orgoglio.

La mostra pittorica, lungi dall’essere un’operazione di sola visibilità, diventa il segno temporaneo, ma fondamentale, per la comprensione di una espressione eterna quale appunto quella dell’arte e rientra nel contesto della valorizzazione dei beni culturali ed artistici ai quali la Fondazione rivolge costante e particolare attenzione.

L’evento, curato con la solita raffinatezza dall’autorevole Raffaele De Grada, presebta capolavori divisionisti in cui si delinea una socialità nuova nella suggestione del paesaggio piemontese. Specialmente il tortonese Angelo Barabino ha fatto del paesaggio il fondamento della sua pittura che la critica ha definito essenziale e umana.

Angelo Morbelli, incontra la realtà sociale con più convinzione rispetto a Barabino, con meno forza che in Pellizza, ma con la maestria e la delicatezza che lo hanno reso inconfondibile.

La Fondazione partecipa con ragione al lavoro artistico della Provincia che, nella Galleria Carlo Carrà di Palazzo Guasco, ancora un volta ospita un nucleo essenziale del patrimonio artistico di nostri natali e di estensione internazionale.

Gianfranco Pittatore
Presidente Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria

Morbelli e Barabino, la continuità poetica di un territorio

In quel territorio dove la pianura padana si solleva verso le colline fertili dei migliori vini del mondo (almeno a mio parere), che fu disputato fino al 1860 tra Piemonte e Lombardia, spuntò dopo l’unità d’Italia, come per lievitazione dalla terra stessa, un piccolo gruppo di pittori.

La storiografia delle arti li assorbì in un primo tempo in quel movimento nazionale, anzi europeo, che fu detto il “verismo sociale” per indicare quanto Giuseppe Pellizza da Volpedo (1868-1907), Angelo Morbelli (1852-1919) e Angelo Barabino (1883-1950) siano stati sensibili, ognuno in modo diverso, alla coscienza crescente della realtà del mondo del lavoro nel sorgere della società moderna. Il Quarto Stato di Pellizza (già presentato dalla Provincia di Alessandria in un mostra dedicata a questo ormai leggendario pittore di questa terra) è diventato il simbolo dell’utopia socialista del primo Novecento. I dipinti ispirati al Morbelli dalla triste vecchiaia dei ricoverati nel Pio Albergo Trivulzio, dal 1883 al 1911, rispecchiano invece la grande malinconia dei “vinti” di una società che sostanzialmente non cambia e la delicatezza con cui Barabino tocca i temi sociali nel conforto costante della divina natura, fanno tutti insieme una storia che si distingue nel corso dell’arte italiana, nella sua eccezionale continuità. La corrispondenza fra i tre, ormai quasi tutta pubblicata specialmente negli Archivi del divisionismo, sembra concentrarsi nell’aver accettato, sia pure in tempi diversi, la pratica della tecnica divisionista, considerata un mezzo “moderno” dell’espressione artistica. Il divisionismo è stato per loro un dogma, ma sarebbe un grave errore limitare l’analisi di questi artisti alla continuità formale della loro opera che non si chiude in una tendenza pragmatica così cara a chi si limita all’analisi delle tecniche, senza cogliere la continuità ideale che le trascende.

Angelo Morbelli era di quindici anni più anziano di Pellizza. Era un uomo colto e pensante, continuamente tormentato dai problemi dell’espressione. Era un borghese di nascita, figlio di un alto burocrate della Provincia di Alessandria e proprietario di un ampio terreno vinicolo nel Monferrato. Ben presto, nel 1867, approdò ad una grande città come Milano, iscrivendosi con una borsa di studio all’Accademia di Brera. Rimase tuttavia sempre legato alla sua terra, la fattoria de La Colma nel Monferrato, che gli dava la gioia della natura. Pellizza nacque l’anno dopo, di famiglia contadina. Quando i due si incontrarono, in una stretta amicizia che diventò per Morbelli un punto fermo della vita, il nostro Angelo era già stato in familiarità con il gruppo milanese degli scapigliati che gli aveva suggerito “quel certo mistero, quel che di vago e fantastico” che il grande realista francese Edgar Degas, che pur raccomandava di “comporre dal vero”, asseriva che costituisse il fascino della pittura.
In quell’ambiente letteratura e pittura erano sentite in stretta vicinanza. Morbelli era diventato amico di letterati come Giovanni Cena e Corrado Tumiati. Nella sua pittura si avverte un che di letterario che in Pellizza non c’è. Pellizza respira sempre con la natura, senza complicazioni intellettuali che sono spesso presenti in Morbelli.

Morbelli aveva assaggiato il colore nel giardino della sua villa alla Colma. Si aprì alla società sotto la spinta di Pellizza. Anche per il contatto milanese con la scapigliatura un senso del sociale gli era rimasto nel cuore. Lo stesso “divisionismo”, che poi caratterizzò la sua ricerca e gli dette la fama, fu da lui abbracciato nell’ansia di esprimere il mondo “moderno”, quasi un impegno necessario per esprimere il “nuovo” uscendo dal privato, l’ambiente chiuso, limitato che pur gli era così caro.

Non si può considerare la personalità di Morbelli semplicemente come quella di un artista impegnato nel sociale al seguito dell’amico Pellizza. Era rimasto molto legato al costume borghese. Si racconta (anche nella bella monografia di Mirella Poggialini Tominetti, che ha attinto i suoi dati dal figlio Rolando) che Morbelli amava il danaro in una sorta di mania tanto da aver costruito alla Colma una specie di roulette con la quale, in compagnia dei figli, studiava le possibili combinazioni vincenti per affrontare il gioco in pubblico, cosa che peraltro, anche per la sua innata timidezza, non fece mai. Si parla anche di una sua proverbiale avarizia che alla fine lo portò anche alla morte. In una brutta giornata di pioggia uscì per controllare il peso di un carico di carbone acquistato a basso prezzo per l’imminente inverno e ne riportò una polmonite fatale. Aveva il terrore di rimanere senza mezzi in una società che poteva offrire soltanto l’angoscia del ricovero al Pio Albergo Trivulzio, che lui ben conosceva. Altro che il “sole dell’Avvenire” di Pellizza.
Così a questa tristezza dei vecchi e degli umili, i vinti della società del danaro, Morbelli dedicò gran parte della sua ultima esistenza.

Il culto delle tecniche pittoriche
Fin dagli anni di Brera, prima del 1870, Angelo Morbelli tentò di sperimentare ogni tecnica della pittura. A Brera era in cattedra Giuseppe Bertini (1825-1898) che fu maestro di tre generazioni. Morbelli non gli conservò gratitudine, vide in quella scuola un limite tradizionalista alla sua volontà di espressione, già in età giovanile contraddittoria a ogni conformismo. L’assuefazione alle tecniche accademiche non era sopportata da Morbelli, tanto che egli cominciò a cercare colori e perfino i pennelli che venivano dall’estero nell’idea che lo tormentò fin dal principio che il superamento della tradizione accademica dovesse incominciare dagli stessi mezzi tecnici.

Il problema si pone fin dalle sue prime opere impegnate, il Goethe morente (1880), qui esposta. Siamo ancora ben lontani da quelle ricerche del colore-luce che nella Francia degli impressionisti erano già molto avanzate (la prima mostra degli impressionisti dal fotografo Nadar è del 1874). Ma Morbelli era già un uomo colto e certamente conosceva, tramite riproduzione, ma soprattutto letture, Delacroix e il romanticismo europeo. Se è vero che i giovani artisti italiani erano assai chiusi nelle frontiere paesane (ma Altamura e De Tivoli avevano scoperto l’arte francese alla grande esposizione del 1855 e poi Pellizza aveva conosciuto l’arte a Firenze), l’idea di Europa romantica percorreva il mondo e la pittura di storia era molto comune a Milano. I romantici lombardi superavano da par loro l’insegnamento del classicismo ritardatario (post Hayez) del Bertini, come i fiorentini quello del Bezzuoli, eredi entrambi di Luigi Sabatelli.

Il Goethe morente è il tributo che Morbelli paga all’idealismo romantico europeo, poi se ne sgrava e, tutto preso dalle filosofie positiviste, che anch’esse venivano di Francia, con l’apostolato dei fratelli Grubicy e il supporto diretto del giovane Pellizza e più lontano di Previati e Segantini, entrò in quella specie di confraternita che fu il divisionismo dandogli quella caratteristica dialettica tra pubblico e privato che fu propria di questo piccolo gruppo di lombardo piemontesi. Nello stesso gruppo dei dipinti dei “vecchioni” del Trivulzio si ravvisa una dialettica tra un grave problema sociale, la vecchiaia indifesa, e quello personale, il timore di finire la vita come quelli.

Sempre più convinto delle nuove idee, Morbelli insieme all’amico Pellizza e seguito poi da Barabino, si appassiona nello studio di testi attuali ed antichi, nella certezza che la pittura non si può fermare all’istinto, ma è studio approfondito nella conoscenza di tutte le esperienze fatte nella storia.

La passione della conoscenza
E qui si apre il capitolo caratteristico della personalità di Angelo Morbelli, quello della tormentosa ricerca delle tecniche che gli diano il mezzo per esprimere al massimo il vero psicologico e l’aspetto non effimero e non convenzionale della natura.
Morbelli non ha tenuto per sé la storia umana della sua perenne ricerca: la possiamo seguire attraverso la sua fitta corrispondenza con Pellizza e non solo. Del resto egli ci ha lasciato un documento significativo, pubblicato negli Archivi del divisionismo, che egli ha intitolato Quaderno delle speranze, sconfitte, vittorie della tecnica divisionistica per l’umile scolaro della natura Angelo Morbelli. Egli è uno degli artisti che hanno affidato alla penna il diagramma del proprio atteggiamento percettivo di fronte ai valori della vita e dell’arte, nella sua perenne insoddisfazione della norma. Questa letteratura morbelliana, fatta di cultura del passato e di acuta sensibilità dei problemi del presente, si concentra su un tema fondamentale, quello di esprimere ogni contenuto a mezzo del colore-luce. Tanto si è detto e scritto intorno a questi problemi dei “puntinisti” francesi e dei divisionisti italiani. Ma spesso per chiarire meglio il problema, lo si è complicato, ignorando le cose più semplici.

Morbelli e il divisionismo
In Italia, com’è noto, il “divisionismo” fu teorizzato in un primo momento da Vittore Grubicy, che aveva una cultura francese, intorno agli anni novanta dell’Ottocento. Grubicy partiva da un principio certo: per rendere più luminoso un colore non bisognava impastarlo con un altro colore, occorreva stenderlo allo stato puro accanto a un altro colore complementare. Ciò contraddiceva non soltanto la pratica accademica, ma anche quella dei grandi visionari del colore, come ad esempio l’inglese William Turner.
Il dogma dell’impasto colorato, che intanto proseguiva per la sua strada fino all’odierno “informale”, era contraddetto dai pittori divisionisti che adoperarono la divisione dei colori per esprimere i contenuti più vari, dal semplice naturalismo alle complicate elaborazioni teoriche del simbolismo.

Il divisionismo sorgeva contemporaneamente ma non all’interno della rivoluzione sociale della fine del secolo XIX, quando le masse operaie e contadine acquistarono il senso della loro potenza organizzativa e chiesero i diritti che erano insiti nel loro trovarsi protagonisti della ricchezza che la nuova società industriale andava formando. Di questa spinta che proveniva dal mondo del lavoro prese atto perfino la Chiesa con l’enciclica Rerum Novarum di Leone XIII (15 maggio 1891) che tra l’altro si richiamava ai “portentosi progressi delle arti” (con riferimento evidente alle tecniche). Tutto ciò fu inteso come un addio definitivo al concetto classicista che perdurava ancora per tutto il corso del secolo.
Oziosa, per non dir settaria, la disquisizione se Morbelli sia stato più o meno influenzato dagli ideali socialisti che furono del suo amico Pellizza. Nella seconda metà dell’Ottocento tutti gli intellettuali, e gli artisti in primis, nel rifiuto del Bello accademico, erano più o meno coinvolti dalle idee di progresso.
Morbelli, pur lontano dal “sole dell’Avvenire” dell’amico Pellizza, tuttavia ne partecipava.
Ma sostanzialmente egli era un borghese pessimista sulle sorti del mondo, sempre però al di sopra della banalità del vero inerte, sempre attento a cogliere, oltre il vero, alcunché lo trascenda senza astrarsi nel puro tecnicismo formale. Fuori dalle voci e dagli urli del tumulto sociale Morbelli andò ad esplorare nel grande silenzio delle squallide camerate del Pio Albergo Trivulzio, allora in via della Signora, mosso dall’idea che il romanticismo storico non aveva più bisogno dei drammi medievali e seicenteschi. Il vero dramma dell’oggi era il dolore di chi è costretto a ripiegare nel silenzio e nella solitudine, di chi sa che nessuno ha più bisogno di lui e attende più o meno serenamente la morte.
L’opera d’arte di contenuto “sociale” viene spesso e volutamente confusa con la figurazione di propaganda, stilata nell’emozione del momento a scopo di commuovere. Nei disegni e dipinti (alcuni qui esposti) che Morbelli ha fatto al Trivulzio, con l’autorità che gli veniva da una profonda qualità del “mestiere” della pittura, Morbelli compone con la stessa cura dei “classici” dell’arte (si pensa perfino a Vermeer), attento a ogni particolare, al passaggio delle ombre e delle luci sullo schermo della tela o del cartone disegnato. Ne evapora una musicalità leggera e diffusa, come se egli ripercorresse nella memoria i ricordi della sua prima passione musicale interrotta in gioventù da una incipiente e crescente sordità. Anche il grande Beethoven fu del resto afflitto a un certo momento da sordità, eppure continuò a comporre la sua divina musica.

All’epoca di Morbelli si pensava che i valori della pittura e della musica fossero direttamente corrispondenti. Il colore puro è come la nota musicale che si compone nella successione, poi c’è l’accordo che ha lo stesso valore dell’impasto. Nelle pennellate filiformi di colore luce Morbelli espresse tante volte la malinconia del tramonto e, perché no?, anche quelle di una vita che si spegne davanti a una finestra. Ce lo ricorda il Foscolo nei Sepolcri: “rapian gli amici una favilla al sole / a illuminar la sotterranea notte / perché gli occhi dell’uom cercan morendo il sole / e tutti l’ultimo sospiro rendono i petti alla fuggente luce”.

La socialità di Morbelli
L’elegia della vecchiaia ha occupato una gran parte dell’attività pittorica di Morbelli, ma essa è stata la conclusione dell’aspetto doloroso della vita che egli ha sentito in tutto il suo percorso. Quando si pensa a Pellizza da Volpedo, si avverte sempre, anche quando ci rappresenta il dramma degli incidenti del lavoro, un ottimismo di fondo. Pellizza credeva veramente al “sole dell’avvenire”. Non così Morbelli, il suo “sociale” è intinto di intimo pessimismo.

Un suo famoso quadro che è passato alla storia col titolo di Venduta, riferito all’orrore della tratta delle bianche che occupò le cronache dell’ultimo Ottocento, dipinto nel 1884 è in realtà (come ha desunto la Poggialini dal racconto del figlio Rolando) il ritratto di una giovinetta ammalata di tisi. La delicata sensibilità del pittore si ferma all’amorevole compassione per la gioventù ammalata, come in quella squisita Giovinetta ammalata (della Pinacoteca di Casale Monferrato qui esposta), sempre una grande pietà per la vita che va spegnendosi, giovani e vecchi, un medesimo dolore.

Il divisionismo non fu folgorazione
Lo studio delle tecniche di frazionamento del colore-luce, propria del divisionismo, anch’essa non giunge all’improvviso in Morbelli, non è una folgorazione sulla strada di Damasco, c’è una lunga preparazione ben visibile nelle opere qui esposte. Consideriamo anzitutto quella serie di paesaggi, ispirati in gran parte alla Laguna veneta, che egli ha dipinto nella seconda metà degli anni ottanta. Sono stati tutti dipinti dal vero, ma sempre con un sentimento che lo trascende e una organicità che ricompone la forma oltre l’occasione del reale, con lo splendore di un mosaico.

In questi dipinti, fino alla Stazione di Milano del 1889, Morbelli manifesta una assoluta limpidità di visione, come fossero riflessi in uno specchio che libera la linea dall’incertezza del chiaroscuro. Si nota la precisa volontà di mantenere la visione in una prospettiva generale, quella ereditata dal Rinascimento, una prospettiva che rifugge dal ravvicinamento dei piani, così caro agli artisti italiani del tempo.

Morbelli sente che dietro alle cose viste c’è sempre la grande luce della natura, sa che questo tipo di “naturalismo” è la conquista del suo secolo, alla quale non si deve rinunciare, una conquista europea, che si estende dalla Francia alla Germania (vedi la sua attenzione, e di Pellizza, per l’arte di Max Liebermann). Uno degli scopi di questa mostra è quello di allargare l’idea comune su Morbelli che egli sia soltanto impegnato nella tecnica del divisionismo. Si guardi il Ponte di Torcello (1913) che ci appare come un gioiello di limpidezza. L’aria si ferma come nei moderni classici, come un Corot del Ponte di Narni; oppure quel piccolo capolavoro che è il Ritorno alla stalla (1882). Sono dipinti che non ti avvolgono nel particolare. L’aria, la sovrana atmosfera del cielo, si fa protagonista del quadro costruito col senso della eternità dell’immagine che si fissa per sempre nell’anima, oltre il sapore effimero del vero.

La mostra non pretende di essere una completa antologia di Morbelli come altre precedenti, vuole essere un esempio del grande contributo che hanno dato gli artisti alla loro terra e di qui alla nazione italiana, nell’idea che si esce veramente dal provincialismo quando si sposa l’amore delle cose che ci siamo trovati intorno nell’adolescenza e non copiando, da provinciali, ciò che è stato fatto nei grandi centri sulla base di una cultura che non è stata da noi vissuta, non sofferta, non goduta. Questo è veramente provincialismo, sempre pronto a dilagare.

Barabino
Angelo Barabino ha vissuto trent’anni di più di Morbelli, un’ intera generazione che ha sepolto la stessa memoria dell’umanitarismo ottocentesco. Barabino li vive tra il “sole dell’avvenire” di Pellizza e la vecchiaia triste di Morbelli. Come Morbelli e Pellizza, Barabino non è un isolato, partecipa al dibattito sulle arti e vive il suo tempo con tutta la gioia e il dolore del difficile periodo della prima metà del secolo XX.

Barabino è essenzialmente un paesista, la sua ispirazione generale spazia tra i vigneti dell’Oltrepò, anche lui, come Morbelli, è un convinto divisionista, ma, quando affronta la composizione di figura, Barabino è ben lontano dal Morbelli del Trivulzio, i suoi contrasti luce-ombra si apparentano piuttosto con quelli di Pellizza. Non è una questione formale, ma di contenuto.

Qui sta la specificità di Barabino che io non conobbi personalmente, e del quale ordinai una mostra a Milano subito dopo la sua morte, avvenuta nel 1950. Mi impressionò la sua capacità di rendere monumentale la figura, una plasticità che toglieva la figura dalle ombre ottocentesche. Un senso del volume che Barabino ha anche nei suoi migliori paesaggi, nel modo di dipingere gli alberi con un senso plastico che supera il modo frammentario del divisionismo. Angelo Barabino era considerato un divisionista “minore” finché Mirella Poggialini (la stessa che ha scritto il saggio già citato su Morbelli) ha valorizzato nei suoi giusti termini la sua personalità. La monografia della Poggialini era stata presentata dall’autorità di Gian Alberto Dell’Acqua che considerava la necessità di transitare Barabino oltre la sua posizione nel secondo divisionismo.

Le ultime opere di Morbelli ispirate al Pio Albergo Trivulzio sono del 1911. Dopo è avvenuto un rivolgimento epocale nell’arte, di cui Barabino ha certamente risentito. A una prima osservazione, se nella pittura dell’Ottocento noi verifichiamo tanti diversi stati d’animo, nella pittura di Barabino si avverte in tutto il suo complesso uno stato d’animo generale, dominante, che si semplifica col passare degli anni, nella riduzione dei piani e delle masse colorate.

Perché accostare come in questa mostra, Barabino a Morbelli? Innanzitutto perché vengono dallo stesso ambiente, perché entrambi hanno praticato il divisionismo, sia pure in tempi diversi, perché entrambi sono stati amici di Pellizza e hanno avuto con lui una corrispondenza carica di umanità.

Anche Barabino si iscrive da giovane ai corsi dell’Accademia di Brera. Siamo nel 1900, egli ha già conosciuto Pellizza a Volpedo, scopre il divisionismo che lo affascina, l’insegnamento accademico gli dice poco mentre segue le idee di Pellizza sul colore luce. Già dai suoi primi paesaggi la terra sembra evaporare verso la luce solare mentre gli alberi, le case e i muri che limitano i campi si condensano in un loro splendore cristallino, volumi fasciati di luce.

Pellizza muore tragicamente (per suicidio) nel 1907. Quasi per continuare la sua opera Barabino dipinge con accentuata tecnica divisionista temi drammatici come L’annegato, La rapina, invasi dal fuoco solare. I temi sono suggeriti dalla cronaca, ma l’atmosfera è simbolica, il pulviscolo divisionista si accosta a quello del capostipite Previati.

Ma il fondamentale realismo, suggerito da Pellizza, riprende poi nei dipinti di Barabino dedicati ai numerosi incidenti sul lavoro che affliggono i lavoratori causa il crescente sfruttamento (i quadri de La Pietà, dizione antica per dire di un dramma moderno). I lavoratori con cui è in perenne contatto e la campagna diventano una cosa sola nel suo animo.

C’è sempre un muro che raccoglie la luce prima che essa si effonda nel cielo, c’è sempre un cortile o dosso di monte che danno forza ai cieli che Barabino dipinge con felicità solare, nell’ottimismo di fondo della sua anima.

Dicevamo prima della chiarezza volumetrica della sua pittura. Un preciso senso della forma che Barabino individua anche quando gli alberi sono stati spogliati dal dio Inverno oppure quando le loro chiome si rifanno vive in primavera. L’ora più dolce è quella del tramonto, “che intenerisce il core”, dice Dante, ma è bella anche quella che esalta l’animo, colta nel fulgore dei vigneti di Vho o sugli alti colli vicini.

Teresa Fiori, negli Archivi del divisionismo, pur giudicando che “nei quadri di grandi proporzioni, l’accurata divisione del segno e l’appiattimento dei primi piani mediante il controluce, il colore rimane tenue, appannato”, riconosce però che “i suoi paesaggi non sono privi di quella semplificazione delle forme, quella classicità d’impianto che sono caratteristiche proprie del Novecento, pur avversato dal Barabino”. È il riconoscimento che il pittore di Tortona non si era fermato alla poetica divisionista, non si era limitato ad essere per tutta la vita un seguace di Pellizza, ma ha affrontato i tempi nuovi con piena coscienza della propria singolare personalità, unico nel proprio territorio.

Con Barabino dunque si conclude questa storia della pittura nell’angolo glorioso della campagna alessandrina che tanto conta nella storia della pittura italiana tra Otto e Novecento.
Barabino tenne fede alle idee socialiste per tutta la vita, isolandosi in certo modo nel ventennio fascista. In epoca di revisionismo storico è un altro importante elemento per riconoscere il valore della sua personalità di uomo e di artista, una cosa sola.

Raffaele De Grada
 
Angelo Barabino

Nel 1883, a Tortona, nasceva Angelo Barabino.

I genitori Santino ed Agostina Patria, consigliati dalla famiglia di Lorenzo Perosi, il grande musicista, lo iscrissero ai corsi dell’Accademia di Brera a Milano, diretta da Camillo Boito. I primi tempi nel capoluogo lombardo furono tormentati. Tortona si configurava, come sempre poi sarebbe stato, il dolce luogo natio, ideale del cuore, paesaggio prima di tutto dell’anima, che gli dettò costantemente la delicata e semplice ispirazione della natura.

Fu l’incontro con Pellizza da Volpedo a consacrare definitivamente il giovane Angelo alla pittura. Gran parte della critica lo ha voluto immettere nel canale del Secondo Divisionismo per l’arte della luce che lo contraddistingue, ma la stessa critica ha sempre sottolineato il carattere elegiaco della sua pittura, anche quella di contenuto sociale, rispetto a quello forte e più di denuncia, del maestro di Volpedo. Tecnicamente, rispetto a quest’ultimo, lo stesso puntinismo è meno rigoroso.

I tocchi coloristici e luministici dominarono le figure sociali di Barabino, ma le idealità politiche non si evincono centrali come in Pellizza. L’indagine artistica aveva a cuore l’immedesimazione con i poveri ed i sofferenti, più che il loro riscatto.

L’impegno nel contingente storico andò sempre di pari passo con l’emozione del paesaggio, quando addirittura quest’ultima non prevalse sui ritratti umani. Fu sempre una realtà rarefatta quella riprodotta da Barabino, resa in un gioco di innumerevoli vibrazioni di luce tenue, di colori ed ombre quasi sospesi.

A ventisei anni, Barabino si sposava con Melania Berti, continuando a vivere in Tortona, nel Palazzo Tedeschi. L’anno successivo diventava padre.

Due anni prima dello scoppio del primo conflitto mondiale, venivano esposte a Parigi due sue opere, presso la Galleria Grubicy.

Nel 1915 partiva per il fronte e nel 1916, per una malattia contratta, veniva ricoverato all’Ospedale di Tortona e, un anno dopo, a quello Militare di Venezia.
Gli anni del combattimento gli ispirarono grandi opere come Il Trittico della guerra e l’Altare dei Caduti nella Basilica di Broni e molto probabilmente alimentarono in lui la già innata considerazione sul male ed il dolore dell’umanità, alla quale egli sempre umilmente si accostò.

A Venezia, con la sua famiglia, vivrà dal 1922 al 1924, a Palazzo Albrizzi, per poi ritornare a Tortona.
Nel 1929, Angelo Barabino partiva per Caracas ottenendo ottima accoglienza dall’Ambasciata ed esponendo, nei mesi successivi, al Club Venezuela, circa settanta dipinti.
Due anni dopo faceva ritorno in Italia, per continuare qui la sua opera. Durante il viaggio, attraverso l’Europa, visitava i musei delle grandi capitali, esperienza fondamentale, vissuta a Londra, Amsterdam Parigi.

L’appartenenza tortonese, nel nuovo ritorno, fu il sigillo ai suoi paesaggi collinari.
Si spense nel 1950 a Milano.

Angelo Morbelli
Angelo Morbelli nasce ad Alessandria il 18 luglio 1853 da una famiglia agiata originaria di Casale Monferrato. Inizialmente orientato verso lo studio della musica, a seguito di una grave malattia, probabilmente una mastoidite, che gli procura una forma progressiva di sordità, rivolge la sua attenzione all’indagine artistica.
Nel 1867 si iscrive all’Accademia di Brera. In questi anni (1867/1877) si trasferisce a Milano e abbandona la città solo nei mesi estivi per rifugiarsi alla Colma di Rosignano.
Cominciò a esporre alle annuali di Brera nel 1874 con vedute di monumenti e paesaggi; nel 1880 espose il più impegnativo Goethe morente.
L’impegno sul fronte di una pittura ispirata al vero scaturisce l’interesse di Vittore Grubicy, artista e mercante d’arte, che lega Morbelli con un contratto alla propria attività commerciale nel 1887.
Dopo le esposizioni di Venezia del 1887, si reca a Genova nel 1888 per eseguire studi dal vero. Solo a partire dall’estate 1888 inizia a sperimentare effetti di luminosità in opere ispirate alla vita rurale.
Dal 1890 sperimenta anche la tecnica divisionista (che gli permette di ottenere i ricercati effetti di verità luminosa); da allora si applica al perfezionamento di questa tecnica, attraverso la lettura di trattati di ottica, di fisica e di chimica, e con osservazioni puntuali sul vero.
Nel 1886, recatosi a Santa Caterina di Valfurva per motivi di salute, affascinato dai ghiacciai, si cimenta nelle visioni montane, che diventano tema molto ricorrente nella sua pittura.
Contemporaneamente non mancano riconoscimenti internazionali: dalla medaglia d’oro di Dresda del 1897 con Per ottanta centesimi e S’avanza, alla medaglia d’oro dell’Esposizione Universale di Parigi del 1900 con Giorno di festa al Pio Albergo Trivulzio, dove, a partire dal 1901, si trasferisce impiantandovi uno studio e dove esegue Il poema della vecchiaia in 6 pannelli.

Si trova poi ad approfondire, attraverso lo studio di queste tematiche veriste, le espressioni psicologiche in direzione più apertamente simbolista dei soggetti legati al tema della vecchiaia che, contemporaneamente studiava anche con fotografie di nuovo tipo a forti contrasti luminosi.
Dai primi anni del Novecento sono lunghi i periodi trascorsi ad Albisola dedicandosi allo studio di paesaggi marini, a temi legati alla maternità e alla vita a cui affianca la ripresa di vedute veneziane cercando di focalizzare l’attenzione sulle forti valenze emozionali e suggestive.
Negli ultimi anni la sua ricerca divisionista fu accompagnata da alcune note stese sul diario, intitolate “La via Crucis del divisionismo”, con appunti, riflessioni e citazioni databili al 1912-17 e poi al 1919.
In quegli anni, infine, Morbelli alterna agli inverni milanesi e alle estati alla Colma, soggiorni in Val d’Usseglio, che documentano la sua ancor fervida vena pittorica fino all’anno della morte, che lo colse a Milano nel 1919.
 
Elenco opere esposte di Angelo Barabino

1. VERSO GARBAGNA 1930 olio su cartone cm. 29 x 35 (collezione privata)

2. COLLINA 1932 olio su tela cm. 40 x 50 (Provincia di Alessandria)

3. IDILLIO s.d. olio su tela cm. 135 x 140 (collezione privata)

4. LA BAITA (capre in Val d’Ayas) 1944 olio su tela cm. 70 x 49 (collezione privata)

5. IL MURO 1946 olio su tela cm. 47 x 57 (collezione privata)

6. VIGNETI A VHO 1933 olio su tela cm. 48 x 50 (collezione privata)

7. BAGNANTE 1936 olio su tela cm. 75 x 51 (collezione privata)

8. OMBRA VERDE 1943 olio su tela cm. 48 x 42 (collezione privata)

9. STUDIO PER RAPINA s.d. olio su tela cm. 54 x 48 (collezione privata)

10. IL CORTILE 1921 olio su tela cm. 35 x 50 (collezione privata)

11. LA PIETA’ 1932 olio su tela cm. 125 x 155 (collezione privata)

12. L’ANNEGATO 1909-1918 olio su tela cm. 100 x 125 (collezione privata)

13. LA RAPINA 1907-1908 olio su tela cm. 120 x 120 (collezione privata)

14. L’EROE 1918 olio su tela cm.33 X 28 (collezione privata)

15. LA STRADA DEL RATTO 1946 olio su tela cm.80 X 80 (collezione privata)

16. TRAMONTO 1943 olio su tela cm. 34 x 46 (collezione privata)

17. RITRATTO DEL FIGLIO BRUNO 1920 olio su cartone cm. 27 x 31 (collezione privata)

18. MONTE TABOR IN VALLE STRETTA 1921 olio su tela cm. 40 x 50 (collezione privata)

19. ALBERGO SPOGLIO A GIAVENO 1934 olio su tela cm. 46 x 55 (collezione privata)

20. RICORDO DELLA MIA LETIZIA s.d. olio su tela cm. 18 x 14 (collezione privata)

21. IL TORRENTE 1931 olio su cartone cm. 25.5 x 21.5 (collezione privata)

22. LA CASA NATALE olio su cartone cm. 24 x 36 (collezione privata)

23. PAESAGGIO CON FIGURE olio su cartone cm. 27 x 36.5 (collezione privata)

Elenco opere esposte di Angelo Morbelli

1. SIESTA INVERNALE 1890 olio su tela cm. 49 x 74 (Museo e Pinacoteca Civica di Alessandria)

2. PONTE A TORCELLO 1913 olio su tela cm. 135 x 85 (Galleria Sacerdoti di Milano)

3. RITORNO ALLA STALLA 1882 olio su tela cm. 80 x 52 (Collezione privata Milano)

4. PARTITA A CARTE 1901-1904 olio su cartone cm. 86 x 53 (Collezione privata Milano)

5. LA SEDIA VUOTA 1902 disegno su cartone cm. 80 x 56 (Collezione privata Milano)

6. IL NATALE DEI RIMASTI 1902 disegno su cartone cm. 102 x 55 (Collezione privata Milano)

7. UNA PARTITA INTERESSANTE 1904 disegno su cartone cm. 84 x 51 (Collezione privata Milano)

8. MILANO CON IL DUOMO SULLO SFONDO s.d. olio su tela cm. 120 x 75 (Collezione privata Milano)

9. PONTICELLO DI BURANO 1885-1888 olio su tela cm. 45 x 37 (Collezione privata Milano)

10. NUDO DI DONNA 1903 olio su tela cm. 80 x 50 (Collezione privata Milano)

11. LA LERA A USSEGLIO s.d. olio su tela cm. 74 x 50 (Collezione privata Milano)

12. ALBA DI NEVE con la chiesa della Riva, a Milano s.d. cm. ? (Collezione privata Milano)

13. PAESAGGIO DI MONTI CON LA NEVE s.d. olio su tela cm. 43 x 24 (Collezione privata Milano)

14. TRAMONTO A BURANO 1910 olio su tela cm. 45 x 37 (Collezione privata Milano)

15. BOSCO DI TERRUGGIA IN PIEMONTE 1888-1890 olio su tela cm. 40 x 25 (Collezione privata Milano)

16. MARINA AD ALBISSOLA s.d. olio su tela cm. 22.5 x 11.5 (Collezione privata Milano)

17. GHIACCIAIO DEI FORNI a Santa Caterina di Valfurva s.d. olio su tela cm. 55 x 40 (Collezione privata Milano)

18. FORCELLA DEL GHIACCIAIO DEL GRAN ZEBRU’ dalla Capanna Pizzini s.d. olio su tela cm. 40 x 25.5 (Collezione privata Milano)

19. TESTA D FANCIULLA MALATA 1897 olio su tela cm. 32 x 32 (Museo civico e Gipsoteca Bistolfi, Casale Monferrato, deposito famiglia Morbelli)

20. SCIA CHI FASTIDI! O il bottone 1907 pastelli contè su carta cm.86.5 x 71 Museo civico e Gipsoteca Bistolfi, Casale Monferrato, deposito famiglia Morbelli)

21. LA CASCINA 1878 c. olio su tela cm. 31 x 49 Museo civico e Gipsoteca Bistolfi, Casale Monferrato, deposito famiglia Morbelli)

22. GOETHE MORENTE 1880 olio su tela cm. 212 x 165 (Biblioteca Civica Museo e Pinacoteca di Alessandria)

23. LA DERELITTA O VENDUTA! 1897 olio su tela cm. 67 x 107 (Collezione privata)